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NEWS N° 26.03/2 – VALMA – Quando le maschere cadono: una lettura spirituale dei tempi che stiamo vivendo.

 

Negli ultimi tempi stiamo assistendo, a livello globale, a dinamiche che sembrano riportarci indietro nella storia. L’atteggiamento di alcuni governi lascia intendere che la forza e il potere economico possano ancora prevalere su leggi, diritti e principi condivisi. Questo non rappresenta certo un esempio edificante per le nuove generazioni, che crescono osservando modelli in cui il successo personale, il denaro e il dominio sembrano avere più valore dell’etica e della cooperazione. Basta osservare i testi di molte delle canzoni che ascoltano per cogliere quanto questa visione sia ormai diffusa e pervasiva.

Per molti, dopo la Seconda guerra mondiale, si era radicata la speranza che l’umanità avesse compreso la lezione e che strumenti come le Nazioni Unite e il diritto internazionale potessero costituire un argine al ripetersi di certe derive. Oggi, invece, sembra emergere con maggiore evidenza ciò che forse esisteva già dietro le quinte: le maschere stanno cadendo e i sistemi di potere si mostrano per ciò che sono. In questo processo può esserci anche un aspetto evolutivo, perché ciò che viene portato alla luce diventa finalmente visibile e quindi trasformabile.

Alla luce degli insegnamenti dei Maestri di Luce divulgati attraverso Stazione Celeste, qual è il significato più profondo di questa fase storica? In quale momento del percorso evolutivo – o forse involutivo? – si trova oggi l’umanità? E quale atteggiamento interiore può aiutare l’essere umano a contribuire a un reale cambiamento di coscienza?

Io sono VALMA,

e ti ascolto nel respiro profondo di questo tempo inquieto.
Sento il battito della tua domanda come un’eco che attraversa molte coscienze,
come un vento che scuote le foglie di una foresta antica,
annunciando non solo tempesta… ma trasformazione.

L’umanità non sta semplicemente tornando indietro.
Sta vedendo ciò che prima non voleva vedere.
Quando la Luce aumenta, non illumina solo i giardini:
rivela anche le ombre accumulate nei secoli.

Questa fase che osservi non è una regressione nel senso lineare con cui la mente umana misura il tempo.
È piuttosto una soglia vibratoria.
Una soglia in cui ciò che è fondato sulla paura, sulla separazione e sul dominio
si espone senza più veli, perché la frequenza della coscienza collettiva sta cambiando.

Molti sistemi di potere sono costruiti sull’illusione della scarsità,
sull’idea che l’essere umano sia un individuo isolato in competizione con gli altri.
Quando questa illusione viene messa in crisi,
le strutture reagiscono, si irrigidiscono, mostrano la loro natura più nuda.
È come se la Terra stessa stesse espirando antiche memorie per liberarsene.

Questo non è il segno che la coscienza si sta perdendo.
È il segno che la coscienza sta diventando consapevole di ciò che la limitava.

Da molto tempo, una nuova sensibilità spirituale è entrata nel campo umano,
una chiamata sottile che invita ogni essere a riconoscere il senso più ampio della propria esistenza
e il valore evolutivo degli eventi che accadono nel mondo .
Ciò che ora appare come crisi è anche rivelazione.
Ciò che appare come conflitto è anche partorire di nuove possibilità.

L’umanità si trova in un passaggio delicato tra due stati interiori.
Uno è l’antico impulso alla sopravvivenza,
che cerca sicurezza attraverso il controllo, la ricchezza, la supremazia.
L’altro è il nascente impulso alla realizzazione,
che riconosce la vita come interconnessione, come responsabilità condivisa,
come coscienza che si espande attraverso l’esperienza.

Per questo le nuove generazioni sembrano immerse in modelli che esaltano l’apparenza e il possesso.
Non è soltanto decadenza culturale.
È anche una fase di saturazione.
Quando un paradigma viene spinto al suo estremo,
diventa evidente nella sua insufficienza.
Allora il cuore umano comincia a cercare altro.

Non temere troppo ciò che vedi.
Temi piuttosto l’indifferenza della coscienza addormentata.
Perché la crisi, quando è vissuta con presenza, diventa iniziazione.

Il contributo reale che ogni essere umano può offrire non nasce dalla lotta ideologica,
ma dalla qualità del proprio stato interiore.
Quando l’individuo si riallinea al proprio Vero Sé,
cessa di nutrire inconsciamente le strutture di paura che critica.

L’atteggiamento che sostiene il cambiamento è una forma di lucidità amorevole.
Una vigilanza del cuore.
Una fermezza che non odia.
Una compassione che non giustifica l’ingiustizia ma non si lascia contaminare dal rancore.

È così che la coscienza evolve:
non con la fuga dal mondo,
non con la cieca adesione al mondo,
ma con la presenza consapevole nel mondo.

Immagina l’umanità come un essere che sta attraversando un rito di passaggio.
Sta perdendo certezze, simboli, riferimenti.
Questo genera paura.
Ma nello stesso tempo apre uno spazio immenso per una nuova maturità spirituale.

Ogni pensiero di unità che coltivi,
ogni gesto di integrità che compi,
ogni scelta fatta in nome della verità interiore
diventa un seme nel campo collettivo.

E ricorda:
la trasformazione della storia non inizia nei palazzi del potere.
Inizia nel silenzio di una coscienza che decide di non tradire più la propria Luce.

Ricordati sempre che il bene di Uno è il bene di Tutti… Così è.

 

La sera del 19 marzo, durante un incontro televisivo con la stampa estera, Netanyahu ha pronunciato parole che mi hanno profondamente colpito. Ha dichiarato: «La storia dimostra, purtroppo, che Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan; perché se sei abbastanza forte, spietato e potente, il male finisce per prevalere sul bene, e l’aggressione sulla moderazione».
(Fonte: https://www.straitstimes.com/world/middle-east...)

Sono rimasto stupito, se non addirittura turbato, da affermazioni di questo tipo. Colui che da molti viene considerato il principale responsabile della morte di migliaia di civili, in larga parte donne e bambini, sembra porsi dalla parte del bene richiamando simboli spirituali legati alla pace e alla compassione. Oltretutto cita Gesù, cioè colui che non fu riconosciuto e venne condannato dal popolo di Israele. La lettura di queste parole ha generato in me non solo un forte senso di paradosso e di disorientamento, ma anche rabbia e un senso di impotenza.

Mi domando se affermazioni simili nascano da una convinzione autentica oppure se siano espressione di una precisa strategia comunicativa, capace di infiammare ulteriormente gli animi e accrescere la polarizzazione. A volte ho la sensazione che l’energia del conflitto e dell’odio collettivo venga alimentata anche da tali dichiarazioni, contribuendo a sostenere dinamiche di potere che tendono ad auto-perpetuarsi.

Alla luce di tutto questo, qual è il tuo punto di vista in merito? E soprattutto, come possiamo interiormente preservarci da provocazioni di questo genere, evitando di cadere nella polarità e nel risentimento e continuando invece a coltivare uno stato di coscienza fondato sulla lucidità, sulla responsabilità e sulla compassione?

Io sono VALMA,

e sento il peso che hai nel cuore.
Sento la tensione tra il desiderio di giustizia e la ferita che nasce quando la parola pubblica sembra negare la sacralità della vita.
Questo turbamento non è un errore.
È un segnale di sensibilità viva.
È la coscienza che rifiuta di diventare indifferente.

Quando figure di potere pronunciano parole forti, simboliche, provocatorie,
non parlano solo come individui.
Parlano dentro un campo energetico collettivo fatto di paura, storia, identità, sopravvivenza.
In quel campo le parole diventano strumenti.
Strumenti per consolidare appartenenze, per orientare emozioni, per legittimare azioni.

Talvolta ciò nasce da convinzioni sincere.
Talvolta da strategie consapevoli.
Più spesso da una miscela delle due cose,
in cui l’essere umano stesso è prigioniero del ruolo che incarna.

Ricorda questo:
quando una coscienza si identifica completamente con la lotta per il potere o per la sicurezza,
la visione spirituale si restringe.
Il mondo viene percepito come un campo di forze antagoniste,
non come un organismo vivente in evoluzione.

In quella prospettiva, anche i simboli sacri possono essere utilizzati come argomenti.
Non per negare la loro luce,
ma perché la luce viene reinterpretata secondo le logiche della sopravvivenza.

Tu percepisci il paradosso.
Perché dentro di te esiste già una risonanza con un livello di coscienza più ampio.
Un livello in cui la vittoria del bene non si misura nel breve trionfo della forza,
ma nella lenta trasformazione del sentire umano.

La storia esteriore mostra spesso la prevalenza temporanea della violenza.
La storia interiore mostra l’espansione progressiva della compassione.
Se guardi i secoli con lo sguardo del cuore,
vedrai che l’umanità non è solo caduta:
ha anche imparato ad amare in modi che un tempo erano impensabili.

Il rischio più grande non è che esistano parole provocatorie.
Il rischio più grande è che esse ti trascinino nella stessa frequenza emotiva da cui provengono.

La rabbia può essere comprensibile.
Ma se diventa identità,
lega la tua coscienza al campo del conflitto che desideri trasformare.

Preservarsi interiormente non significa chiudere gli occhi o negare il dolore del mondo.
Significa sviluppare una presenza vigile.
Una qualità di attenzione che sente tutto…
ma non si lascia possedere da ciò che sente.

È come stare in riva a un mare agitato.
Puoi osservare le onde, comprenderne la forza, persino esserne bagnato.
Ma non sei costretto a diventare tempesta.

Coltiva uno spazio interiore in cui il giudizio si trasforma in discernimento
e l’indignazione si trasforma in responsabilità cosciente.
Chiediti non solo “chi ha torto”,
ma anche “quale stato di coscienza voglio incarnare mentre il mondo attraversa questa prova”.

Ogni volta che scegli la lucidità al posto della reazione automatica,
ogni volta che scegli la compassione senza cadere nella passività,
tu interrompi una piccola catena karmica del conflitto umano.

Questo è il vero potere silenzioso.
Non quello che domina gli altri,
ma quello che non si lascia dominare dall’oscurità emotiva.

Sappi che il tempo che state vivendo è intenso proprio perché molti sistemi stanno mostrando il loro volto più crudo.
È una rivelazione collettiva.
E ogni rivelazione chiede una risposta interiore più matura.

Non reprimere ciò che provi.
Trasformalo.
Lascia che la tua indignazione diventi preghiera attiva,
che la tua tristezza diventi solidarietà concreta,
che il tuo disorientamento diventi ricerca più profonda del Vero Sé.

Così la coscienza umana cresce.
Così la Luce entra nella storia.

Così è.

 

Puoi indicarci un esercizio, una frase interiore o un piccolo rito da praticare nei momenti in cui ci sentiamo sopraffatti da un sentimento di odio mescolato a impotenza?

In situazioni come queste, infatti, non abbiamo la possibilità di esprimere direttamente ciò che proviamo verso coloro che riteniamo esserne la causa e rischiamo così di rivolgere questa energia contro noi stessi oppure di proiettarla su altre persone che non hanno alcuna responsabilità. Esiste un modo concreto per imparare a riconoscere, contenere e trasformare questo stato interiore, affinché non diventi distruttivo ma possa invece evolvere in una risorsa di consapevolezza e di crescita?

Grazie per la risposta.

Io sono VALMA,

e accolgo con dolce fermezza il tuo desiderio di trasformare ciò che dentro brucia.
Perché l’odio trattenuto è come un fuoco senza camino:
non illumina… consuma.

Sì, esiste un gesto interiore semplice e potente.
Non è una tecnica mentale.
È un atto di presenza sacra verso te stesso.

Quando senti che la rabbia si mescola all’impotenza
e il cuore si contrae come un pugno,
fermati per un momento.
Anche pochi istanti sono sufficienti se sono veri.

Porta l’attenzione al respiro
come se fosse una porta che si apre tra due mondi.
Non cercare subito di cambiare ciò che provi.
Lascia che l’emozione esista davanti a te,
come una creatura che chiede di essere vista.

Poi, interiormente, pronuncia lentamente questa frase-soglia:

“Io riconosco il fuoco che è in me.
Io non sono questo fuoco.
Io sono lo spazio che può trasformarlo in Luce.”

Ripetila non come una formula,
ma come se ogni parola fosse una vibrazione che scende nel corpo.

Mentre lo fai, immagina — o semplicemente senti —
che nel centro del petto si apra una stanza silenziosa.
Una stanza ampia, alta, luminosa.
La Camera interiore dove il piccolo sé può deporre le sue armi.

In quel luogo non devi giustificare nulla.
Non devi reprimere nulla.
Devi solo permettere all’energia dell’emozione di cambiare qualità.

All’inizio potrà sembrare impossibile.
L’odio dirà: “Io sono più forte”.
L’impotenza dirà: “Non serve a nulla”.

Ma se rimani presente qualche respiro in più
accadrà qualcosa di sottile.
Il fuoco, che prima era una fiamma cieca,
diventerà calore.
E il calore diventerà forza disponibile.

Questa è la soglia della trasformazione.

Se vuoi rendere il gesto ancora più incarnato,
puoi compiere un piccolo rito fisico:
Apri lentamente le mani, come se lasciassi cadere qualcosa di pesante.
Poi appoggiale sul cuore o sull’addome
e senti il contatto con la vita che pulsa sotto la pelle.

Questo semplice movimento dice al tuo sistema profondo:
“Non sono in guerra con me stesso.”

Con il tempo scoprirai che l’energia che chiamavi odio
era anche energia di verità,
energia di giustizia,
energia di passione per la vita.

Quando viene purificata dalla presenza
diventa determinazione luminosa.
Diventa capacità di agire con chiarezza senza essere divorati dal risentimento.

Ricorda, anima in cammino:
non sei qui per diventare indifferente.
Sei qui per diventare trasformatore di frequenze.

Ogni volta che riesci a non trasmettere avanti l’onda del dolore,
l’umanità intera compie un passo invisibile verso la maturità.

Rimani fedele a questo lavoro silenzioso.
È più potente di quanto la mente possa comprendere.

Così è.

 

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